Ci sono i panni da stendere…

Ci sono i panni da stendere!

Fa freddo, le mani e la pelle si ribellano al freddo, praticano uno sciopero muto. Le mani diventano rigide, immobili, bianche prive di colore; quel colore opaco e giallognolo che dà il sangue interrotto e fermo, sì bianco cadaverico.

Ho provato a piangere con le mani. (A. Merini)

Ci sono i panni da stendere!

Sulla terrazza ampia e libera ci sono i fili di ferro, lunghi e alti. Mi chiedo come faccia mia madre ad elevarsi così tanto sulla punta dei suoi corti piedi, un buffo 35 di piede negli anni della bella adultità, diventato oggi un 37.

No, nessun miracolo…una forma di artrite le ha accartocciato i piedi e le dita a tal punto che oggi chiedono dolorosamente spazio…

Spazio spazio io voglio, tanto spazio
per dolcissima muovermi ferita;
voglio spazio per cantare crescere
errare e saltare il fosso
della divina sapienza.
Spazio datemi spazio
ch’io lanci un urlo inumano,
quell’urlo di silenzio negli anni
che ho toccato con mano.” Alda Merini

 

Ci sono i panni da stendere.

I piedi lo sanno. Hanno imparato presto la tarantella sulla ripida scala e con il peso della cesta nelle mani.

Le mani lo sanno. Hanno imparato il freddo e la fatica, piccole e, oggi, nodose di emozioni inesplose. Mani di donna, giovane senza memoria di esserlo stata, adulta a 7 anni con i ricci tra i tralci di una vite in maggio, a sfoltire le foglie superflue. Ad imparare la cura per il frutto, l’occhio per l’altro vivente che da vita: la pianta. A 7 anni si può imparare a separare le foglie superflue che impediscono il sole da quelle necessarie che proteggono dalla grandine.

Quel giorno non c’erano panni da stendere.

Era un martedì.

“Che cosa è successo in casa mia, non ci sono panni sulla terrazza!?”

Il figlio primogenito lo aveva portato via dall’ospedale per riportarlo a casa. Un uomo adulto 63 anni, anziano ieri. Era il 1972. La strada di casa, era sterrata, periferia inesplorata, uno spazio giovane selvaggio e quasi insalubre prestato ad una urbanizzazione caotico sotto la bolla dello sviluppo economico.

Si era trasferito con la moglie e i due ultimi figli, ancora troppo giovani per andare a  nozze. Avevano lasciato la campagna e la masseria. Una famiglia numerosa che aveva vissuto in una famiglia allargata, insieme, a lavorare i campi, a produrre e a venderne i frutti e i prodotti.

Aveva 7 figli e di panni da stendere non erano poi tanti. Non erano tanti perché il ciclo della vita era composto nel ritmo delle stagioni e della fatica, della produzione e della procreazione. I figli, fin da bambini, erano braccia e intelligenze impiegate nel lavoro, la scolarizzazione era un dettaglio da assumere nella dose sufficiente; bastava la scuola elementare. Non per tutti. Alcuni sono rimasti senza. Analfabeti, con la “a” privativa che, per una buffa logica, priva aggiungendo fatica e minorità, talvolta anche orgoglio. Due figli analfabeti, una donna e un uomo oggi 70enni che non sanno leggere e scrivere. Sapevano che ci sono panni da stendere.

Quel martedì, 21 agosto del 72 non c’erano. Le case basse e isolate mostrarono la nudità della sua casa e il suo dolore. Forse l’uscita improvvisa dall’ospedale gli aveva destato sospetto. Forse la sera precedente aveva visto qualcosa che non volle nominare sul volto di sua figlia Nina. Gli aveva detto: “Papà non posso rimanere con te, devo fare la puntura a mamma, ho dimenticato di avvisare la comare. Devo andare da lei.” Ed era sua figlia Nina che si occupava dei panni da stendere, con i suoi 22 anni e il 35 di piede. Lo faceva ogni giorno. Le lenzuola nel letto della madre ammalata di cuore, oramai fragile e sfinita, dovevano essere candide. Bianche di luce e di sole, lo stesso che accarezzava l’uva acerba e la portava a dolcissimo frutto. Bianche di profumo e di natura, di cura.

La strada era sterrata e l’auto in corsa amplificava il sussulto, ma era la paura a fargli rumore, dentro e addosso: “Cos’è successo in casa mia?” Chiedeva al figlio, maschio e muto a fianco del padre.

In casa sua c’era la risposta, la sua compagna Graziella, moglie e madre dei suoi figli, aveva finito il suo viaggio. E lui…lui finalmente nomina il dolore. “E’ colpa tua, non mi hai detto che mamma stava male.” Nomina così il dolore e lo scrive sul bianco: sulle lenzuola, sulle mani esangui della moglie, sui grappoli acerbi, sul volto e nella vita di Nina. Fino ad oggi. Sulle mie mani.

Oggi ero io a stendere i panni, con le mani bianche come quelle della nonna di cui porto il nome. Il freddo mi priva, sospende la vita sulle mie mani. Giocavo a stendere il bucato con una scenografia che fosse armoniosa allo sguardo e che fosse anche pudica. I panni scoprono l’intimità, vanno esibiti con rigore e pudore.

Ad un certo punto mi sono guardata attorno e mi sono detta…faccio una fotografia.

Perché io fotografo il bucato steso e svolazzante sui tetti delle case o a cornice dei balconi? Perché?

 

                                                                                

Salice Salentino, 27 gennaio 2012                                                 Graziella Lupo Pendinelli

 

 

 

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